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Artisti in galleria #2 - Luoghi Pensanti

Artisti in galleria #2

Sacralità e sensualità nella pittura di Salvatore Fiume

Io conservo, di Salvatore, un ricordo vecchio mezzo secolo e più. È il ricordo di un pomeriggio d’estate nel suo primo poverissimo atelier di paese, a Comiso, dove entrambi siamo nati. Su un tavolo s’ammucchiavano libri che sfogliai con mani bambine: un Viaggio in Spagna, illustrato dal Doré; un Paolo Uccello, un Piero della Francesca…doveva esserci una ragione se si trovavano lì…

GESUALDO BUFALINO

da La vampa e la luce

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Proviamo a giocare con la nostra immaginazione: l’incontro tra due ragazzi, amici e conterranei, che si incontrano e sfogliano tra sorrisi e pensieri leggeri di gioventù, alcuni libri. Si  racconta di un pomeriggio d’estate e solo chi è nato in Sicilia può capire fino in fondo quanto torridi, secchi e colorati siano i pomeriggi dell’isola. Una colonna di libri occupava il tempo di questi giovani, ma non si tratta di libri qualunque, Paolo Uccello e Piero della Francesca tra i tanti catturano l’attenzione. Gesualdo Bufalino ci pone dinnanzi ad una riflessione: “doveva esserci una ragione se si trovavano lì”, in effetti una ragione c’è eccome. L’influenza dei grandi della pittura italiana del rinascimento sarà per Salvatore Fiume una costante che lo condurrà lungo il suo percorso artistico. Il giovane Fiume capisce sin da subito che quel mondo magico, fatto di colori, forme e bellezza sarebbe stato suo un giorno e ne avrebbe fatto parte. Una determinazione che avrà notevoli riscontri, tanto che già all’età  di sedici anni vinse una borsa di studio per il Regio Istituto per l’Illustrazione del Libro di Urbino dove imparò a conoscere varie tecniche di stampa come la litografia, la serigrafia, l’acquaforte e la xilografia. Il suo primo successo nonostante il suo desiderio di affermarsi come pittore, fu invece un romanzo autobiografico Viva Gioconda!, pubblicato nel 1943. Il riscontro della critica e del pubblico non risultava indifferente ma ad ogni modo continuava a persistere quel senso di incompletezza e insoddisfazione, colmabile solamente attraverso il desiderio di dipingere, per dare forma e colore a tutte le sue visioni, a quel mondo che si stava costruendo pian piano nella sua mente e a cui sentiva di dare un’identità.

Nel 1946 lasciò il suo impiego presso la Olivetti, nel ruolo di art director per una rivista culturale e si stabilì a Canzo, vicino a Como, dove improvvisò uno studio all’interno di una filanda dell’Ottocento. Agli albori della sua carriera però quel ricorrere e quell’osservare i grandi riferimenti del passato, plasmò una pittura, fortemente influenzata dal Quattrocento italiano e dalla pittura metafisica di De Chirico, Savinio e Carrà, pertanto faticava non poco ad imporsi.

Il 1949 fu un anno importante che segnò definitivamente l’inizio della sua carriera artistica, l’anno della sua prima mostra ufficiale che si tenne a Milano presso la Galleria Borromini, dove le sue Isole di statue Città di statue ottennero un indiscusso interesse da parte della critica, tanto che  il direttore delle Collezioni del MoMA di New York dell’epoca, Alfred H. Barr Jr, acquistò la Città di statue, attualmente custodita presso questo notevolissimo contenitore culturale internazionale. da questo momento in poi sarà un percorso che andrà sempre in salita verso il vertice della fama nazionale e soprattutto internazionale, di lì a poco, prese parte ai più grandi mezzi di comunicazione artistica, come la partecipazione alla pregiatissima Biennale di Venezia, dove espose il trittico isola di statueche gli valse un’intera pagina sulla rivista americana Life.

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 Quello che ha creato Salvatore Fiume nelle sue Città di statue e Isole di statue, ha un richiamo intensissimo con la ricerca metafisica propria di Giorgio de Chirico, egli finalmente può dare vita al suo mondo, diventa l’architetto del suo impero immaginario, lo plasma secondo le esigenze dei suoi abitanti, Giganti di Pietra e figure che per certi aspetti richiamano agli archetipi del passato, giganti della Memoria e del Mito, che si snodano lungo l’assetto urbano in modo ordinato, in completa armonia, come se il tempo si fosse congelato.

Quella di Salvatore Fiume sarà una carriera piena di collaborazioni, dal punto di vista pittorico, scultoreo, architettonico e scenografico. Egli si rese protagonista di grandi lavori per il Teatro della Scala e altri importanti teatri, come il Covent Garden di Londra e il Teatro Massimo di Palermo, nei quali realizzò diverse scenografie per le più importanti rassegne teatrali come: La Medea di Cherubini, La Norma di Bellini e tante altre ancora.

Dal Museo Ermitage di S. Pietroburgo al Museo Puškin di Mosca, dal MoMa di New York al Museo d’arte contemporanea di Milano, di sicuro, quella che può ritenersi un’altra tappa importante della carriera di Salvatore Fiume è rappresentata dalla volontà di ospitare in modo permanente una sua collezione, composta da 33 opere, presso i locali dei prestigiosissimi Musei Vaticani, che sintetizza gran parte dei temi affrontati dall’autore.

Temi che abbracciano diverse forme e ricerche, ispirati a diverse esperienze di vita, di viaggi, di racconti e di ricordi di un’isola, la stessa isola che lo vede nascere e che sarà sempre presente nei colori caldi e profondi, in quelle figure di donne mediterranee che spesso dipinge.

L’universo femminile è stato uno dei temi centrali della ricerca pittorica di Salvatore Fiume, un richiamo fortissimo con la definizione di Eterno Femminino coniato da Wolfgang Goethe, in cui si trova tutta la potenza della donna, che fa nascere l’uomo e che diventa il centro dell’universo, dalla quale si genera vita e che si caratterizza come amante o madre.

Imprescindibile forza che scuote, attira, distrugge e ricostruisce, la Donna senza tempo allaccia di sua natura il maschio per riportarlo laddove le loro più autentiche nature sono da sempre una unica e magnifica Unità bifronte. Il femminino sveglia lo spirito sopito e gli indica la sua più autentica natura e dignità.

W. Goethe

 FLORA1983 Le donne di Fiume sono donne asiatiche, africane, cinesi, arabe, donne che trasudano potenza erotica e un fascino senza tempo. Nella lucentezza delle carni e delle labbra, sono donne che incantano lo spettatore con lo sguardo, ammaliatrici, come Medusa, capace di pietrificare chiunque incroci il suo sguardo. I numerosi viaggi che compie Fiume nel corso della sua vita, si manifestano nei temi pittorici che mette in scena, in cui prendono vita, tutti i ricordi e le immagini raccolte in un mix di simboli e temi che fusi tra loro, sono capaci di produrre inedite composizioni: come nei temi di “donna e toro”, in cui tutta l’esperienza del soggiorno spagnolo, affascinato dal mondo delle corride, si manifesta nella incombente del toro, simbolo di virilità, che insieme al fascino della donna, simbolo prediletto per eccellenza,  crea una sensualità ricca nei contenuti.

Oltre alla sensualità, non è difficile trovare nella lunga esperienza artistica di Salvatore Fiume, temi strettamente annessi al mondo religioso. Dunque il Sacro spesso si incrocia con il profano, come le sapienti mani del Tiziano, che nel 1514, produssero l’incantevole dipinto di Amor Sacro e Amor Profano, dove coesistono nella stessa scena due donne molto somiglianti tra di loro, forse Venere, la chiara personificazione da un lato della Virtù Celeste e dall’altro dell’amore sensuale, profano. Il dipinto, ampia allegoria dell’amore, anzi di due diversi tipi d’amore, presenta nella scena una donna pudica, sontuosamente abbigliata di bianco, simbolo del candore verginale, reggente tra le mani un cofanetto rotondo, probabilmente un chiaro riferimento al tema greco del Vaso di Pandora, la giovane donna di Tiziano, tiene ben stretto e chiuso il vaso, che conterrebbe tutti i dolori e i mali del mondo, per offrire solamente le gioie e le candide virtù.  L’altra donna si presenta seminuda e avvolta da un telo rosso, simbolo inequivocabile di passione, reggente in mano una fiamma ardente. Le due donne siedono alle estremità di un sarcofago scolpito e adibito a fontana e  tra loro un amorino, immerge le sue mani nell’acqua.

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Quale migliore riferimento potevamo accostare alla scelta artistica di Salvatore Fiume, che contrappone spesso nelle sue produzioni questi due mondi paralleli, quello celeste e quello passionale.

Nelle raffigurazioni religiose è evidente il continuo richiamo alla pittura italiana del rinascimento, soprattutto per quanto riguarda la costruzione scenica, ovvi riferimenti possono essere stati tratti da Piero della Francesca, proprio per quanto riguarda il dipinto della “Crocifissione”, in cui la scena in entrambe le composizioni, quella di Fiume e quella di Piero della Francesca, è organizzata in due emisferi: quello superiore, che rappresenta il mondo celeste, dove si trova solo la Croce e quello inferiore, quindi terrestre,  composto  da gruppi di figure, tra cui il gruppo delle Pie donne dolenti e i soldati romani a cavallo.

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 Ecco dunque come ritornano a questo punto del racconto le parole di Gesualdo Bufalino,  nel descrivere l’incontro con il giovane Fiume, attento e affamato di conoscenza, intento ad afferrare il più possibile la lezione impartitagli dai grandi maestri del passato, quelle infinite ore passate ad osservare, hanno tracciato dei solchi divenuti ormai indelebili nell’esperienza artistica di Salvatore Fiume. Quello che abbiamo compreso è che il futuro dell’arte non può intendersi se non ci si rivolge alle preziosissime eredità del passato e questo Salvatore Fiume l’ha capito bene; uno che d’arte non se ne capiva poco, Ernst Gombrich di fronte a Fiume avrebbe detto:

ogni arte ha la sua origine nella mente umana e nelle nostre reazioni al mondo, piuttosto che nel mondo visibile, e proprio perchè ogni arte è “concettuale”, tutte le rappresentazioni sono riconoscibili dal loro stile.