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Calatageron e gli arabi in Sicilia

Un centro impetuoso, adagiato nel centroriente della Sicilia, si distende nell’anfiteatro naturale di Caltagirone, città foriera di storie e tradizioni millenarie. Le origini della città sono antichissime e si legano, senza alcuna soluzione di continuità, all’avvio di produzione ceramica  preistorica nel territorio calatino. Esempio fra tutti il giacimento di Sant’Ippolito, che rivela la presenza di due villaggi di epoca neolitica e calcolitica.

Caltagirone deve il suo nome agli Arabi, che dopo averla conquistata nell’828, la chiamarono Calatageron – Qal’at al Ghiran/Kalat al Ghiran ovvero castello dei vasi , proprio per la fiorente attività di artigianato ceramico. Gli Arabi sembra introducessero nuove tecniche nella lavorazione dell’argilla, dando quindi un importante impulso alla lavorazione preesistente della ceramica.

Nel nono secolo, le popolazioni musulmane, avevano una gran voglia di espandersi e visto che la cosa era ben riuscita in Spagna con l’Andalusia, dove ormai i Mori (così furono chiamati
dagli Ispani le popolazioni arabe) si gettavano a capofitto per scorrerie marinare nel Tirreno, portarono la loro guerra santa (gihàd) in Sicilia e ben oltre. Un’altra scorreria (825) è narrata dallo storico Rocco Pirri che annota anche la presa di Girgenti (?) nello stesso anno e che una parte dei conquistatori fecero breccia fino a giungere nella città ubicata sulla sella di collegamento tra i monti Erei e gli Iblei (fonte che non esclude una precedente frequentazione). La prima incursione in Sicilia gli Arabi la effettuarono nel 652, quando essi, dopo avere occupato Cipro e Rodi, sbarcarono in Sicilia seminando il terrore nelle città costiere, pur non disponendo di grosse forze. Si ripresentarono nel 669, quando devastarono Siracusa. La componente predominante Araba ebbe sopravvento, quasi come un’insidia, questo persino in età normanna quando i Normanni decisero di lasciar vivere tutte le istituzioni preesistenti. Non s’erano posti il problema della tolleranza perchè avevan risolto il problema della convivenza (per la gioia di vivere). Divisero l’isola in tre grandi distretti amministrativi, affinchè l’innesto culturale tra amministrazione e pratica dei campi avveniva in simbiosi: il Val di Mazara che comprendeva la parte centro-occidentale, il Val Demone che comprendeva la parte settentrionale-orientale e il Val di Noto, per la parte meridionale, laà dove aveva inizio con Calategeròn. La popolazione era distinta in indipendente, che conservava i vecchi ordinamenti, tributaria, che pagava la gezia, vassalla o “dsimmi” che viveva soggetta ed infine i servi della gleba o “memluk”.

Il Duomo di Caltagirone è un’esatta stratificazione che nasconde dietro al cumulo una radice ben definita, sostanzialmente Araba. Il devastante terremoto del 1693, così come in altri centri sud orientali, devastò l’abitato ed il centro storico fu completamente ri(in)vestito in Barocco, del quale la Basilica di San Giacomo si insigna e riassume un tono artistico definitivo nel 1698, con una trasformazione tardo barocca. Caratteristico l’imponente  stemma marmoreo di Caltagirone dominato dall’aquila, che tiene tra gli artigli un osso di gigante per significare l’antica origine, araldica evoluta che non riguarda la tematica Arabi in Sicilia ma che testimonia in deciso mutamento dei gusti e dei costumi.

Di questo complicato assemblaggio memorante sarebbe bello poter leggere “La storia araba di Sicilia” di Ibn Kalta, o gli scritti di Ibn Hamdis di Noto, entrambi scrittori arabo-siculi, di cui molti testi sono andati perduti. I ricordi più importanti che testimoniano la presenza araba in Sicilia purtroppo non sono quelli né quelli letterari né quelli architettonici. Ciò che lascia inibiti è la traccia arabo – normanna che traspare nella storia calatina. Specie in cucina come in architettura subentrano ingredienti tipici di tal cultura: provengono dagli arabi i segreti per lavorare le mandorle tostate con la chiara d’uovo e il miele. Palazzo Reburdone, oggi Palazzo Museo della Ceramica, è dove i dettagli architettonici sono simili a quelli ritrovati nei meandri di Palermo ed altre città siciliane, specie ad occidente. L’estetica calatina e della Sicilia in genere nell’epoca medievale è sostanzialmente orientale, fenomenale nell’equilibrio coi volumi e nel riadattamento nel tempo. Certo è che se si dovesse dimostrare la presenza Araba a Caltagirone attraverso i monumenti, forse si dovrebbe negarla, orsono incerti e molteplici gli esempi di riutilizzo e di imitazione postumo dei resti architettonici.

A Caltagirone mi ha sempre colpito l’orientale chiosco della musica, una chiara eredità del padiglione aperto (senso preciso della parola persiana Kus, di cui Kiosk) sui cammelli ed elefanti, rappresentati nel moderno addobbo della famosa scalinata..
– Jean Paul Barreaud

L’intervento degli artisti dell’epoca della febbre barocca ha sicuramente cancellato molte tracce preesistenti, che comunque nella nostra attualità sono ringraziate da una sensata e stupefacente presentazione pubblica degli edifici, basti osservare: la Corte capitaniale, lungo edificio a un piano; Piazza del Municipio che accoglie la Galleria Sturzo; Chiesa del Collegio o del Gesù; Chiesa dei Cappuccini Nuovi che custodisce all’interno un altare seicentesco; Chiesa di S. Maria del Monte e ancora altro. Che volessero spacciarsi per eredi dell’antica dominazione? Certamente, le vie testimoniano sogni e voleri dei vari predecessori, sotto lo sguardo della scalinata di Santa Maria del Monte che sta lì a cucire ancora oggi il vecchio ed il nuovo tessuto urbano; perchè se oggi il significato estetico è da Museo, allora era motivo di vita, d’ispirazione politica di benessere dell’anima.

Bibliografia

  • Amari Michele , Storia dei Musulmani di Sicilia, Nallino, Catania 1933
  • Moscati Sabatino, La civiltà mediterranea,  Milano 1980
  • Pace B. , Arte e Civiltà della Sicilia Antica, Genova 1945
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