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La diffusione della Lingua Italiana: il Paese che non c'era. • Luoghi Pensanti

La diffusione della Lingua Italiana: il Paese che non c’era.

Dimmi che Lingua parli e ti dirò chi sei.

Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani.

Esordisce così il politico italiano Massimo d’Azeglio dinanzi alla neonata unificazione dell’Italia nel 1861.

Citazione all’apparenza scontata, ma che reca con sé grande significato.
Non era sufficiente l’essere riusciti ad aggregare sotto un’unica bandiera diversi territori, adesso “bisognava” creare un’identità nazionale, intesa come consapevolezza di unità, da caratteristiche comuni quali la lingua, le memorie e la religione.

Dialetti e Lingue: una questione di Stato.

Ad essere un problema di grande rilevanza era quello dell’unificazione della lingua. La percentuale degli analfabeti al momento dell’Unità d’Italia era di circa il 75%: solo una persona su quattro sapeva leggere e scrivere, e perlopiù ad un livello elementare.
Ciò non era positivo allo sguardo attento dei governanti del Regno d’Italia. La mancanza di una lingua comune comportava una serie di problematiche quali svolgere in modo adeguato l’attività amministrativa, esercitare al meglio i commerci e l’industria o assicurare un buon funzionamento dell’esercito.
Per far fronte a tale disagio, nel 1868 l’allora ministro della Pubblica Istruzione Emilio Broglio nominava una commissione di esperti a cui affidava l’importante compito di individuare dei validi metodi per diffondere una “buona lingua” e una “buona pronuncia” presso tutti gli st(r)ati sociali.

A capo di questa commissione veniva designato Alessandro Manzoni. Non a caso la scelta di porre a capo di questo grande impegno proprio Manzoni. Già vent’anni prima era stato in grado di formulare diverse idee con l’intento di unificare la lingua. Idee che egli aveva sigillato in una Lettera a Giacinto Carena (1847) in cui sosteneva fermamente che “una lingua è un tutto o non è”, volendo intendere che un sistema linguistico per poter essere considerato tale dovesse disporre di tutti gli elementi necessari a tutte le esigenze comunicative. Infatti Manzoni rimproverava Carena per aver inserito nel suo vocabolario troppi geosinonimi, e ciò comportava un troppo difficile apprendimento di un unico modello linguistico perché troppo vario. Manzoni, nella sua Relazione “Dell’unità della lingua italiana e dei mezzi per diffonderla“, affermava che occorreva adottare e diffondere un solo modello, quello fiorentino, l’unico che per prestigio fosse tale da imporsi sugli altri idiomi presenti della Penisola.

Per quanto riguardava il metodo di diffusione, essendo ancora mancanti i moderni mezzi di comunicazione, visualizzava nella redazione di un dizionario dell’uso vivo di Firenze un valido promulgatore. Questo progetto veniva realizzato mediante la redazione del “Novo vocabolario della lingua italiana” a cura di Giovanni Battista Giorgini e lo stesso ministro Emilio Broglio, che veniva pubblicato tra il 1860 e il 1897. Sarà poi lo stato nazionale a dare l’avvio al processo che porterà alla formazione di una lingua comune attraverso un apparato burocratico e amministrativo, la scolarizzazione e con la circolazione delle persone. A favorire innanzitutto la diffusione delle lingua fu la scuola, e nel Novecento grazie alla radio (dal 1924), al cinema sonoro e all’avvento della televisione nel 1954. Per quanto riguarda l’istruzione furono i libri scritti apposta per l’apprendimento ad essere veramente efficaci. Si ricordano il “Pinocchio” di Carlo Collodi (1883) e il libro “Cuore” di Edmondo De Amicis (1886).

La Tele Visione.

Soprattutto la nascita della televisione contribuiva enormemente alla diffusione dell’italiano di oggi in quanto in grado di raggiungere ogni tipo di pubblico, diventando un vero modello linguistico da seguire. A partire dalla sua introduzione in Italia, nella sua prima fase tra gli anni Cinquanta fino agli anni Settanta, aveva diffuso un modello di lingua sorvegliata, attenta ad evitare la colloquialità più sciatta e rispettosa degli usi grammaticali. Lo scopo era quello di acculturare e modernizzare un paese in pieno sviluppo  e di proporsi come mezzo di educazione anche per coloro che non avevano avuto l’opportunità di compiere gli studi.

A tale proposito venivano trasmessi programmi come Non è mai troppo tardi che insegnavano a leggere e a scrivere alle persone analfabete. Pure i programmi di varietà, quali Studio uno, Canzonissima, Milleluci e Fantastico diffondevano una lingua spigliata e colloquiale. Non si scordano gli sceneggiati quali La pisana, L’idiota, I promessi sposi  e tanti altri che riproponevano un ideale di lingua normata e tramandavano i grandi della tradizione letteraria. E’ solo in questo primo periodo che la televisione perseguiva i suoi intenti pedagogici. Alla fine degli anni Settanta, con la nascita delle reti commerciali e della “neotelevisione” così definita da Umberto Eco, la comunicazione televisiva mescolava i generi e li trasformava in semplici programmi di intrattenimento con lo scopo di compiacere lo spettatore e trasmettere cose e persone che facevano parte della sua quotidianità.
A ciò seguiva quindi la richiesta di un minimo sforzo intellettivo da parte del telespettatore. Le conseguenze sono la diffusione di una lingua ormai poco sorvegliata e molto spontanea, e fortemente orientata alle diverse varietà regionali. Pure le persone più colte in televisione cominciano ad ostentare un italiano informale, fino a scadere non di rado in volgarità. In questo modo la popolazione veniva privata dell’unico strumento che li avvicinava ad un modello linguistico normato e sorvegliato.
Oggi, a malincuore, si rileva un forte calo, specialmente tra i giovani, delle capacità di scrittura, lettura e comprensione. Accademici della Crusca, linguisti, rettori di diverse Università, docenti di letteratura italiana, pedagogisti e tanti altri studiosi, in una lettera aperta al presidente del Consiglio, alla ministra dell’Istruzione e al Parlamento italiano, promossa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità denunciano il governo del sistema scolastico di non reagire in modo appropriato di fronte a tale preoccupante situazione.

 

Bibliografia

R. Cella, Storia dell’italiano, Bologna, Il Mulino, 2015