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I sessantanni della Galleria di Palazzo Abatellis • Luoghi Pensanti

I sessantanni della Galleria di Palazzo Abatellis

Era il 23 Giugno del 1954 quando, alla presenza delle istituzioni e di un rigoglioso popolo, fu tagliato il nastro rosso inaugurale che permise l’ingresso al pubblico presso Palazzo Abatellis, nonchè per l’occasione nuova sede della Galleria Interdiscliplinare Regionale della Sicilia.

 Nel palazzo tardo quattrocentesco che si trova, il caso vuole, in via  Alloro (elemento che in maniera più evidente caratterizza e accomuna le celebrazioni e i rituali della Sicilia) restaurato negli anni del secondo dopoguerra e magistralmente adattato a finalità museali dal celebre architetto Carlo Scarpa, venivano presentate in esposizione permanente le collezioni di arte medievale e moderna in passato ospitate nell’antica sede del Museo Nazionale dell’Olivella. Attestazioni, riconoscimenti delle origini della Galleria fino a giungere nel tempo alle attuali linee di approfondimento ed incontri di studio svolti da numerosi ed autorevoli studiosi, che hanno annoverato alcune fra le opere presenti le più rappresentative della cultura figurativa europea fra Gotico e Rinascimento.

Inaugurazione Palazzo Abatellis  E’ risaputo che Palermo come Parigi è sinonimo di Cosmo, un mondo composito di microcosmi, questi intesi come laboriosi capitoli d’Arte contraddistinti dalle relative frequentazioni ed ordinate solo cronologicamente. In un certo senso così è Palazzo Abatellis, per come s’è offerto in questi sessant’anni ai viaggiatori e agli studiosi, come se ogni singolo manufatto, all’interno di esso, fosse (e lo è) in grado di raccontare una storia a sè, intensa, diversa eppure così indissolubilmente legata alle altre opere che, per particolari o rappresentazioni, hanno a che fare con Palermo o la Sicilia intera. Per l’ennesima volta si riabbraccia un mero ragguaglio d’Arti, d’ogni provenienza in Sicilia; pittura, scultura, arte decorativa che si pone dal XII al XVII sec..

Eleonora d'Aragona

  Un’attenta visita della Galleria richiede perlomeno tre ore, se lo si fa con attenzione, orientare i sensi e il genio al suo interno è davvero semplice, basta individuarne i suggerimenti, dalle didascalie al materiale didattico-museale. La morte a colpo d’occhio prende forma sin dai primi passi mossi dentro Palazzo Abatellis; ritrovandoci davanti al Trionfo della Morte (Ignoto, 1446 c.ca), quella morte figurata efficacemente nell’attimo in cui è stata appena scoccata una freccia che è andata a colpire il collo di un giovane nell’angolo destro in basso; essa ha legata sul fianco la falce e reca con sé una faretra, suoi attributi iconografici tipici. Vi si riconoscono diversi musici, dame riccamente abbigliate e cavalieri vestiti di pellicce, come quelli che chiacchierano amabilmente ai bordi della fontana della vita, simbolo di rinascita e di giovinezza. Emozioni folgorate dalla composita stesura dell’opera, se non anche dalla sua grandezza. Da lì in poi la Galleria terrà in serbo le Opere scultoree d’eccellenza dei maestri Gagini, Antonello e Domenico; le monumentali Croci pinte da Pietro Ruzzolone; gli Antonello da Messina e le impressionanti opere manieriste di Giorgio Vasari.

antonellodamessina

  Dando continuità al percorso si giungerà per le nuove sale. I nuovi ambienti espositivi si snodano su due piani e presentano una significativa raccolta della pittura collocabile fra tardo manierismo, realismo e classicismo. Le sale prendono nome dal colore delle pareti, rifacendosi ai colori applicati e alle tecniche museografiche di Scarpa. La Sala Verde: è anche qui che la religiosità non viene meno, né preferisce facilmente la forma liturgica, bensì quella artistica; tenace e intimo s’innesta e risorge lo stupore nel rivisitare personalmente in questa ala una tela in particolare, molto legata ai nostri luoghi d’appartenenza; parliamo della tela del pittore palermitano Giuseppe Alvino detto il Sozzo, figlio di Filippo pittore toscano: nell’opera, risalente all’ultimo decennio del sec. XVI, è raffigurata  una graziosa Madonna col Bambino attornata da angeli cherubini ed in basso i Santi (da sinistra verso destra) Andrea, Alfio, Filadelfo, Cirino e Francesco di Paola.

   E’ suggestivo se non consono chiedersi quali se non questi (Alfio, Filadelfo, Cirino, Agata, Lucia, Esia, Susanna, Callisto, Oliva e Venera) rappresentino i santi, martiri  in terra siciliana, che sin dai primi anni del Cristianesimo diedero vita alle prime forme di comunità. Ritornando sull’opera convincente ed esperta è l’impostazione prospettica e l’intento di ambientare la scena in uno spazio dai toni familiari (ai Santi Martiri?), basti notare la presenza di un lago (sorgente d’acqua dolce) all’orizzonte. Ai lati sono raffigurati: Sant’Andrea, si pensa alla confortante apparizione in carcere prima del martirio del 253 a Lentini dei tre santi fratelli su citati, e San Francesco di Paola che, come l’apostolo protettore dei pescatori, volge una preghiera  a Maria. L’opera di notevole fattura evidenzia il profondo legame dell’Alvino con l’ultimo santo citato. La presenza a Palermo di essa fa supporre che sia stata una committenza non andata a buon fine. Certo, è  anche vero che nelle sale della galleria hanno trovato posto opere provenienti da acquisizioni, donazioni ed incameramenti dei beni degli enti religiosi soppressi nel 1866. Basti ricordare che nel 1814 Giuseppe Emanuele Tagliavia, principe di Belmonte, dispose un lascito di 53 opere alla Regia Università degli Studi di Palermo “per contribuire alla crescita culturale e alla formazione di quanti si avviassero allo studio della pittura”.

Giuseppe Alvino detto il Sozzo

La rilevanza dell’impatto con le opere la fa essere un fenomeno plurale, eterogeneo, non solo perché numerose sono le forme di emozioni provocate alla visita ma soprattutto perché sono numerose le dimensioni individuali e collettive con cui le si ammirano (sociali, culturali, politiche, psicologiche), dimensioni che mettono in moto nei diretti interessati e negli altri curiosità e il piacere. A partire da queste riflessioni generali, ci promettiamo di fornire in futuro uno studio più approfondito sui tesori della nostra terra, pur restando consapevoli della loro immensa testimonianza.

Infine, mi piace pensare questa visita vissuta ad una storia d’Amore, dove la prima volta serve ad innamorarsi, la seconda per goderne i preziosi frutti e la terza, e così a seguire, per rinnovare le promesse di un orgoglioso sodalizio. Despedida!

Clicca per aprire il Calendario degli incontri per gli operatori didattici e museali, a cura di Evelina de Castro e di Claudio Paterna