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Italia: Identità nazionale e culture a confronto • Luoghi Pensanti

Italia: Identità nazionale e culture a confronto

 
Il Congresso di Vienna fu convocato il 22 settembre del 1814 dalle potenze (Austria, Gran Bretagna, Prussia e Russia) che sconfissero Napoleone Bonaparte con l’obiettivo di ripristinare l’assetto politico europeo presente prima delle campagne napoleoniche. A questo congresso parteciparono ben 216 delegazioni provenienti da tutta Europa, tra le quali anche la Francia con il ministro Talleyrand in veste di osservatore. Dominatore indiscusso del congresso fu il primo ministro asburgico Metternich. Il congresso si prefiggeva anche l’obiettivo di dare all’Europa un assetto stabile per impedire le mire espansionistiche della Francia. Vi era un solo modo per garantire la pace duratura in Europa: limitare il potere di ciascuna potenza in modo che nessuna di esse risultasse troppo rafforzata rispetto alle altre. Due furono i principi alla base del lavoro del Congresso: 1. Il principio di equilibrio, volto ad impedire che uno Stato potesse imporsi sugli altri; 2. Il principio di legittimità con il quale si restaurarono sui troni le dinastie regnanti prima delle campagne napoleoniche. La tendenza del Congresso fu quella di rafforzare l’assolutismo monarchico e di impedire la diffusione delle idee francesi. Lo spirito della restaurazione fu perciò antiliberale e volto alla negazione del principio di nazionalità (popolo sovrano). Alla fine del Congresso di Vienna (1815), il territorio italiano era suddiviso in diversi stati: Regno di Sardegna, Regno Lombardo Veneto, Granducato di Toscana, Ducato di Parma, Ducato di Modena, Principato di Lucca, Ducato di Massa e Carrara, Stato della Chiesa, Regno delle Due Sicilie. In Europa dopo aver riorganizzato l’assetto politico europeo bisognava preservarlo il più a lungo possibile. Nel settembre 1815, su iniziativa dello Zar Alessandro I, Russia. Prussia ed Austria firmarono il documento istitutivo della Santa Alleanza, patto questo che non vincolava i contraenti ad alcun obbligo preciso e concreto. Il testo affermava che i sovrani si sarebbero prestato aiuto e soccorso in ogni luogo e in ogni occasione. In un secondo tempo aderirono alla Santa Alleanza anche altre potenze europee, tra le quali la Francia. Nel novembre del 1815, su iniziativa britannica, fu stipulata la Quadruplice Alleanza tra Gran Bretagna, Russia, Prussia ed Austria, volta ad impedire che l’assetto e l’ordine delineati dal Congresso potessero essere rotti. La Francia venne posta a sorveglianza speciale da parte dell’Alleanza e inizialmente rimase esclusa dal “concerto europeo”. Nel 1818 il Congresso di Aquisgrana riconobbe la Francia come una potenza e le concesse di far parte del concerto. Nacque così la Pentarchia. La risposta alla politica antiliberale del Congresso non si fece attendere, i principi di libertà ed uguaglianza ispirati dalla Rivoluzione francese, erano rimasti ancora accesi. Ovunque, sorgevano associazioni clandestine di liberi cittadini che si riunivano in gran segreto per cercare di rovesciare l’assetto politico, ed ottenere diritti fondamentali come la costituzione e la libertà di pensiero. I gruppi liberali, che chiedevano l’instaurazione di governi costituzionali, erano una minoranza politica e sociale che faceva capo principalmente ad esponenti intellettuali e della borghesia imprenditoriale. Questi gruppi non potendo operare alla luce del sole si organizzarono in società segrete con attività cospirativa clandestina. In Italia la società segreta più famosa era la Carboneria che aveva filiali in tutta la penisola. Si trattava di società massoniche segrete, fortemente contrastate dai governanti, che temevano il dilagare di un sentimento popolare pericoloso. Sentimento popolare già presente, seppur eterogeneo, in ogni stato della “divisa” Italia che ispirava ad un’unica Patria. Negli anni 1820-1821, in Spagna, in Portogallo e in Italia scoppiarono dei moti insurrezionali (che porteranno all’indipendenza delle colonie in America Latina), moti promossi da gruppi liberali i quali, però, non ottennero l’appoggio delle masse popolari. Nella penisola iberica questi moti costrinsero i regnanti a promulgare delle Costituzioni. Intanto il 1 luglio 1820 scoppiarono dei moti insurrezionali che interessarono il Regno delle Due Sicilie. I moti furono promossi da Michele Morelli e Giuseppe Silvati, due ufficiali carbonari, e ben presto dilagarono in tutto il napoletano. Alla rivolta si unì anche Guglielmo Pepe, ex ufficiale napoleonico, assumendone il comando. A ciò il re Ferdinando I fu costretto a concedere la Costituzione. Il 15 luglio 1820 la rivolta esplose specie in Sicilia dove il moto assunse, oltre al carattere costituzionale, soprattutto quello separatista. Il governo di Napoli inviò Florestano Pepe il quale, per reprimere il moto, cercò di trattare con i rivoltosi, ma invano. Fu inviato quindi Pietro Colletta il quale sedò la rivolta nel sangue (Settembre 1820). Animati dagli eventi accaduti in Spagna e nell’Italia meridionale, le società segrete lombarde e specie quelle del Regno di Sardegna intensificarono la propria attività cospirativa, ma nell’ottobre del 1820 la polizia austriaca arrestò alcuni carbonari tra i quali Pietro Maroncelli e Silvio Pellico. Federico Confalonieri, capo della setta segreta dei federati di Lombardia, decise di passare all’azione pensando di poter contare sull’appoggio di Carlo Alberto, principe di Carignano, il quale nutriva simpatie per i gruppi liberali. Il moto piemontese fu guidato dal conte Santorre di Santarosa. In Piemonte la guarnigione militare dei rivoltosi raggiunse Torino il 12 marzo. Vittorio Emanuele I abdicò in favore di Carlo Felice il quale, trovandosi a Modena, affidò la reggenza a Carlo Alberto. Questi concesse la Costituzione che sarebbe entrata in vigore a seguito dell’approvazione di Carlo Felice. Il Re sconfessò l’iniziativa di Carlo Alberto e minacciò di unirsi alle truppe di Novara, fedeli alla Corona. In Lombardia, invece, i piani di Confalonieri furono scoperti dalla polizia austriaca e l’insurrezione saltò. In aprile Carlo Alberto al capo dell’esercito piemontese e austriaco sconfisse i rivoltosi di Santorre di Santarosa a Novara; chiudendo così i moti rivoluzionari del 1820-21.

L’Austria che era la più interessata, a reprimere i moti fece convocare a Troppau un congresso dove Austria, Russia e Prussia proclamarono il principio d’intervento. In un Congresso a Lubiana fu deciso l’intervento armato nel napoletano. Il 23 marzo 1821 le truppe austriache abbatterono il regime costituzionale napoletano. Con il Congresso di Verona fu dato mandato alla Francia di reprimere il regime costituzionale spagnolo che, nonostante l’accanita resistenza dei gruppi liberali, cadde nell’ottobre del 1823. In Portogallo, invece, il regime costituzionale fu soppresso dalle forze assolutiste interne, riorganizzatesi nel frattempo. Nel 1830 scoppiarono in Europa nuove rivolte che determinarono in Francia e in Belgio una prima rottura negli assetti stabiliti dal Congresso di Vienna. In Francia scoppiò una rivolta popolare contro Carlo X il quale era intenzionato a ripristinare totalmente l’antico regime. La “rivoluzione di luglio” portò sul trono francese il conte Luigi Filippo d’Orleans.

 La Francia divenne così una monarchia costituzionale. In Belgio il 23 agosto 1830 a Bruxelles la popolazione insorse chiedendo l’indipendenza dall’Olanda. L’intervento dell’Alleanza a difesa del re Guglielmo I fu impedito da Luigi Filippo d’Orleans il quale affermò che per garantire la pace in Europa era necessario non intervenire. Il Belgio divenne così uno Stato indipendente e poté dotarsi di una Costituzione liberale. In Italia mentre l’attività cospirativa della carboneria non si era arrestata, ma era rimasta vitale, inseguendo sempre il sogno di una nazione unita. Gli eventi parigini spronarono i gruppi liberali all’azione. La carboneria, grazie ad Enrico Misley aveva preso contatti con Francesco IV duca di Modena il quale era intenzionato a costruire uno Stato nell’Italia centro-settentrionale sfruttando i moti liberali. Nella rivolta diretta da Ciro Menotti furono coinvolte l’Emilia, la Romagna e le Marche. L’improvviso cambiamento dell’atteggiamento di Francesco IV portò, però, all’arresto di Ciro Menotti ma non impedì lo scoppio della rivolta. Grazie a questi moti, nei ducati di Parma e Toscana e in alcuni territori pontifici furono instaurati dei governi provvisori; l’esercito dei rivoluzionari, però, non riuscì a resistere alla reazione austriaca. Nell’Italia centrale furono così ristabiliti i sovrani preesistenti. Le cause principali dell’insuccesso di questi moti furono il mancato appoggio sia delle masse popolari che di una grande potenza. In questo clima di forte fermento popolare, si fa largo la figura di Giuseppe Mazzini, fautore della Giovine Italia. Mazzini, era un precursore dei tempi, sognava un’Italia libera e non solo, sperava anche in un’Europa unita. Questo sogno però, era ben lontano dall’avverarsi.

L’insuccesso dei moti carbonari fu dovuto da una parte al metodo di lotta e dall’altra al mancato appoggio popolare. Intanto rifiutava l’idea di un’Italia federale; rimanendo convinto che uno Stato centralizzato avrebbe meglio rappresentato l’unità nazionale. Secondo Mazzini il popolo aveva come missione quella di portare a termine l’unità nazionale che non doveva essere realizzata da un sovrano italiano né con l’aiuto di una potenza straniera ma attraverso un’insurrezione popolare. Nel 1831 Mazzini fondò la Giovine Italia, un’organizzazione clandestina nazionale che doveva incitare alla lotta popolare, che al contrario della Carboneria, non puntava strettamente sulla segretezza, non si limitava ad ottenere una costituzione, ma tentava di inserirsi strettamente all’interno di un nuovo disegno politico, volto alla creazione di una Repubblica, esso andava al di là dei confini nazionali: da ciò la nascita della Giovine Europa che fu fondata dallo stesso Mazzini nel 1838 . Il metodo scelto da Mazzini per la lotta fu quello del ricorso ai moti insurrezionali che avrebbero innescato poi una sollevazione delle masse popolari preparate all’azione per mezzo della propaganda. I tentativi insurrezionali promossi dai mazziniani si trasformarono tutti in pesanti sconfitte divenendone punto di debolezza morale ed intellettuale . I motivi di tali insuccessi vanno principalmente ricercati nella propaganda di obiettivi che le masse popolari non recepivano come propri e nell’incapacità di “convincere” le masse. Gli obiettivi indicati da Mazzini non coinvolgevano la stragrande maggioranza della popolazione costituita da contadini (Mazzini, ad esempio, non affrontava il problema della terra per loro fondamentale). Tra i tentativi insurrezionali falliti vi è quello dei fratelli Bandiera che, non avendo ottenuto l’appoggio dei contadini calabresi, furono catturati e fucilati dai Borboni.

In Italia, mentre i mazziniani “perdevano colpi” anche a causa del fallimento dei moti insurrezionali, si andavano affermando, guadagnando consensi, i liberali moderati la cui visione prevedeva un processo d’unificazione lento e senza spargimento di sangue: tale processo si sarebbe concluso con la nascita di uno Stato federale. Nel 1848 l’Europa fu nuovamente investita da un’ondata di moti insurrezionali. In Francia la situazione politica ed economica era estremamente precaria a causa dell’atteggiamento di stampo conservatore assunto da Luigi Filippo d’Orleans. Gli oppositori del sovrano diedero vita alla “campagna dei banchetti”, chiamata così perché i comizi politici venivano camuffati con banchetti offerti da esponenti antigovernativi. Il tentativo da parte del ministro Guizot di impedire uno di questi banchetti sfociò in una rivolta popolare che portò alla nascita della repubblica. Fu proclamato il diritto al lavoro e furono creati gli opifici nazionali volti ad eliminare la disoccupazione. Fu anche introdotto il suffragio universale maschile. Gli opifici nazionali, improduttivi e troppo costosi, furono ben presto chiusi dalla borghesia moderata, salita al potere, dopo aver fatto sedare nel sangue dalla guardia nazionale una rivolta operaia. Fu così varata una Costituzione moderata e la Francia divenne una Repubblica Presidenziale nominando presidente della Repubblica Luigi Napoleone. I moti insurrezionali interessarono anche l’impero asburgico dove, promossa da studenti e insegnanti, scoppiò nel 1848 una rivolta che da Vienna si diffuse in tutto l’impero per il passaggio all’offensiva dei vari movimenti democratici. Tale offensiva ebbe come conseguenza l’abbandono di Vienna da parte di Metternich prima e di Ferdinando I dopo e la costituzione di governi provvisori a Budapest e a Praga. Insurrezioni scoppiarono nel 1848 anche in Germania dove si sollevò una rivolta che da Berlino si diffuse nelle altre città tedesche. Fu quindi convocata un’assemblea costituente di Francoforte con lo scopo di scrivere la Costituzione per la Germania unificata. In Italia la rivolta scoppiò inizialmente a Venezia e a Milano che si ribellarono alla dominazione asburgica. Anche l’Italia meridionale fu investita da moti insurrezionali.

A Palermo scoppiò una rivolta che costrinse Ferdinando II a concedere la Costituzione. La rivolta si propagò anche in altre città italiane costringendo i sovrani a concedere anch’essi la Costituzione. Durante il Risorgimento la Città di Lentini fu tra le prime città siciliane ad opporsi ai Borboni. I primi moti carbonari trovano buon terreno a Lentini patria del sofista Gorgia e del notaro Jacopo. Si formano, infatti, due sette di carbonari, l’una sul Piano Fiera, e l’altra nell’ex convento di Santa Maria di Gesù. Queste sette non ebbero programmi molto chiari ed i dirigenti, appartenenti alle classi media ed alta, sono molto più interessati ad un futuro in comune con Napoli che alle mire separatistiche di Palermo o alle voglie di rivoluzione sociale dei contadini.

La rivolta di Palermo contro la costituzione del 1820 suscita negli strati più umili della popolazione lentinese grande entusiasmo. Riuniti in piazza, i popolani cercano di distruggere i registri dell’ufficio del macino e quindi di assalire un deposito di frumento. L’intervento di un prete, che, dietro consiglio di un esponente della nobiltà, Federico Bugliarello, fa passare il SS. Sacramento in mezzo ai rivoltosi e li conduce in chiesa ad adorarlo, porta alla fine del tumulto popolare, mentre i nobili assumono il comando del movimento. Un esercito lentinese, agli ordini del barone Sanzà, si unisce al generale Florestano Pepe, che era venuto in Sicilia per combattere contro Palermo e ricondurla alla ragione, e partecipa alla repressione del moto rivoltoso. A Venezia, la rivolta fu guidata da Daniele Manin e Nicolò Tommaseo e portò alla proclamazione della Repubblica di San Marco (17-03-1848). La rivolta milanese (conosciuta anche come le cinque giornate di Milano) fu guidata da Carlo Cattaneo e portò all’instaurazione di un governo provvisorio costituto dagli insorti. La vittoria milanese spinse Carlo Alberto (sul trono dal 1831) a dichiarare guerra all’Austria. A lui si unirono anche Pio IX, Leopoldo II e Ferdinando II; la guerra contro l’Austria divenne quindi una guerra nazionale (I Guerra d’Indipendenza 1848-1849). Per i personali interessi di Carlo Alberto l’intesa si ruppe presto. Il regno sabaudo, dopo qualche successo contro l’Austria, fu costretto a firmare l’armistizio con gli austriaci. Nel 1849 nell’impero asburgico, grazie all’esercito fedele alla corona, fu restaurata la vecchia monarchia. In Germania Federico Guglielmo IV rifiutò la corona offertagli dall’assemblea di Francoforte e ripristinò con le armi la monarchia abbattuta dagli insorti. In Italia la fine della “guerra regia” diede inizio alla guerra del popolo. Purtroppo la guerra dei democratici ebbe dimensioni di gran lunga inferiori a quelle sperate da Mazzini. Nel Regno delle Due Sicilie i Borboni liquidarono la Costituzione prima concessa. Nello Stato pontificio, a seguito della mobilitazione dei democratici e dei liberali, sorse nel 1849 la Repubblica Romana governata da un triunvirato: Mazzini, Saffi ed Armellini, che intraprese una politica di laicizzazione dell’ex Stato pontificio. In Toscana, i democratici costrinsero Leopoldo II a fuggire a Gaeta dove già si era rifugiato Pio IX. Anche la Toscana fu governata da un triunvirato: Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni. Mazzini, a seguito della situazione favorevole determinatasi, voleva accelerare il processo di unificazione, ma trovò l’opposizione di Guerrazzi. Carlo Alberto, timoroso per la caduta di prestigio della Monarchia Sabauda, piuttosto che sottostare alle pesanti condizioni austriache imposte con la pace, decise di continuare la guerra. Una nuova sconfitta lo portò ad abdicare a favore di Vittorio Emanuele II, indiscutibilmente figura d’intelletto, abile sul piano politico e bellico. Intanto l’esercito austriaco occupò la Toscana consentendo a Leopoldo II di riprendere il potere. La Repubblica Romana cadde per l’intervento di Luigi Napoleone erettosi a difensore dei cattolici per accappararsene l’appoggio. L’ultima a cadere, dopo una lunga resistenza all’assedio degli austriaci, fu la Repubblica di Venezia. L’unico Stato Italiano che non subì moti rivoluzionari fu lo Stato Sabaudo. Alla guida del Governo sabaudo vi era Camillo Benso Conte di Cavour, per il quale il Regno di Sardegna, stringendo alleanze con potenze straniere, doveva cacciare l’Austria dalla penisola per poter costituire un vasto regno dell’Italia Settentrionale. Tale convinzione portò Cavour ad inviare in Crimea un contingente sardo; ciò consentì al regno sabaudo di partecipare al Congresso di Parigi dove Cavour sollevò la Questione Italiana a nome di Sua Maestà il Re. Di fronte all’ennesimo insuccesso dei mazziniani nella spedizione di Sapri, Cavour, nell’incontro segreto di Plombiers, decise di allearsi con la Francia. Secondo gli accordi stipulati, Napoleone III (Luigi Napoleone diviene imperatore nel 1852 con tale nome) sarebbe entrato in guerra a fianco del regno sabaudo solo se quest’ultimo fosse stato attaccato dall’Austria. In cambio la Francia avrebbe ricevuto Nizza e la Savoia. L’astuzia non mancò e con coraggio Cavour, per provocare l’Austria, fece disporre truppe sabaude lungo il confine con i territori austriaci, arruolando corpi di volontari, dando nuovo impulso ai lavori di fortificazione alla frontiera austro-piemontese. Dopo un ultimatum austriaco respinto da Vittorio Emanuele II, l’Austria attaccò il Regno di Sardegna (II Guerra d’Indipendenza). Come da patti la Francia si schierò con Vittorio Emanuele II. Dopo una serie di vittorie delle truppe Sardo-Francesi, Napoleone III propose all’Austria un armistizio in quanto nell’Italia centrale esponenti filo-piemontesi, saliti al potere, chiedevano l’annessione al Regno Sabaudo. Il 12 luglio 1859 a Villafranca fu siglata la pace tra Francia ed Austria. La pace prevedeva la cessione della Lombardia da parte dell’Austria alla Francia, la quale successivamente la consegnò all’Italia, e la restaurazione dell’ordine nell’Italia centrale. L’unificazione Italiana derivò da un processo rivoluzionario e fu il risultato di iniziative di compromesso promosse dal Regno di Sardegna. Occorre peraltro rilevare che il pericolo rivoluzionario nell’Italia dell’800 era tenue, perché le forze “democratiche” erano praticamente confinate nell’ala estrema della Borghesia intellettuale e non esercitavano una presa diretta su più vasti strati della popolazione. Il Regno di Sardegna fu l’unico degli Stati Italiani nel quale, dopo gli avvenimenti del 1848-1849 venne mantenuta la costituzione. Il nuovo Re Vittorio Emanuele II difese la costituzione perché intuì in essa che così facendo il Regno di Sardegna avrebbe potuto svolgere un ruolo politico di respiro nazionale nella penisola. Vittorio Emanuele nel Maggio 1849 chiamò a presiedere il consiglio dei Ministri il liberale conservatore Massimo D’Azeglio. Dovette Affrontare, insieme al nuovo primo ministro, il problema della ratifica della pace con l’Austria poiché la camera – a maggioranza democratica- si rifiutava di affrontarla. L’alternativa era quella d’una disastrosa ripresa della guerra o di un colpo di stato, per tacitare l’opposizione democratica: D’Azeglio e il Re ricorsero allo scioglimento della camera ed a nuove elezioni, prima della quali il Sovrano , con un proclama si rivolse per presa diretta al corpo elettorale invitandolo ad eleggere rappresentanti più consapevoli della gravità della situazione e quindi favorevoli alla firma della pace. Il suo fu un grande effetto per poter mandare alla camera una maggioranza moderata con la quale il regime costituzionale si potesse rafforzare come accadde, incamminandosi quindi verso la forma di regime totalitario. Nel 1860 nell’Italia centrale si tennero dei plebisciti con esito favorevole all’annessione al regno sabaudo. Terminava così la prima fase dell’unificazione pensata da Cavour. Cavour si dimise, ma i governi provvisori costituitisi nell’Italia centrale resistettero e costituirono una forza armata comune al comando del generale Manfredini Fanti e di Garibaldi: Mazzini, come nel 1848, fece tacere la propria pregiudiziale repubblicana. Le pressioni degli emigranti siciliani e il consenso di Vittorio Emanuele persuasero Garibaldi. Cavour restava invece perplesso: lo preoccupavano le ripercussioni sul piano internazionale e una possibile ripresa repubblicana incoraggiata da un eventuale successo garibaldino. Garibaldi partì da Quarto, presso Genova con circa mille uomini, nella notte tra il 5 e il 6 Maggio 1860 fece scalo a Talamone, sulla costa toscana, per rifornirsi di armi; l’undici maggio sbarcò a Marsala, sulla costa occidentale della Sicilia, e tre giorni dopo, a Salemi, assunse la dittatura in nome di S.A.R. Vittorio Emanuele. L’Italia Meridionale non era nuova ad imprese simili, ma, contrariamente agli sbarchi dei Bandiera ed altri, lo sbarco dei Mille era stato preparato da un’attiva propaganda dei sostenitori del luogo Siculo; i contadini siciliani confidavano in una rivoluzione agraria che avrebbero dato loro il possesso della terra; il ceto liberare sperava che con Garibaldi arrivasse anche una moderna costituzione per l’arretrato regno dei Borboni (come poi si rivelò sotto altri campi esempio quello del trasporto). Battuti i borbonici a Calatifimi, presa Palermo, conseguita una vittoria a Milazzo, giunse nei paesi dell’etneo stroncando sanguinosamente l’agitazione contadina di alcune comunità come Avola e Bronte, differente dal netto coinvolgimento di città orientali come Lentini, Augusta e Catania. Garibaldi acclamato dal popolo siciliano a mezz’agosto passò lo stretto di Messina e ai primi di settembre fu alle porte di Napoli nel cui golfo era comparsa la flotta sarda. Un estremo tentativo di recupero politico del Borbone, che concesse la costituzione cadde nel vuoto: il sovrano fuggì nella fortezza di Gaeta ultima dimora italiana prima di evadere totalmente da un territorio che stavolta sembra sempre più vicino al coronare il sogno di unità. Cavour non aveva impedito la partenza dei Mille. Egli si riprometteva di coglierne gli eventuali frutti, ma lo strepitoso successo dell’impresa superò ogni aspettativa. Vi era inoltre la possibilità che Garibaldi attaccasse lo stato pontificio provocando complicazioni internazionali. Proclamare il Regno d’Italia dal Campidoglio a Roma , liberata dalla tirannide papale, o farlo sorgere, come voleva Mazzini prontamente accorso a Napoli, da un’assemblea costituente, avrebbe significato imprimere all’unificazione nazionale un carattere rivoluzionario, dare al nuovo stato una base giuridica, politica e morale assolutamente diversa da quella che avrebbe assunta seguendo la via dell’iniziativa regia e dei plebisciti voluta da Cavour. Egli pertanto inviò a Palermo il La Farina per procurare l’immediata annessione della Sicilia e cercò d’indurre i moderati napoletani a insorgere prima dell’arrivo di Garibaldi nella città Partenopea. L’energico atteggiamento del Crispi, divenuto capo del governo provvisorio siciliano, che espulse il La Farina, e l’inerzia dei moderati napoletani, resero necessaria una soluzione di forza. Cavour si presentò ancora una volta come l’uomo che poteva bloccare la rivoluzione. Un’iniziativa piemontese che fermasse Garibaldi e limitasse la portata e gli sviluppi della sua impresa appariva come una saggia operazione d’ordine. L’esercito piemontese al comando dei generali Cialdini e Fanti varcò l’11 settembre la frontiera pontificia delle Marche, batté le truppe papali a Castelfidardo, proseguì verso la frontiera napoletana per la via degli Abruzzi. Quando S.A.R. Vittorio Emanuele II si incontrò con Garibaldi a Teano il 26 dello stesso mese, il gioco era oramai fatto e al prestigioso capo dei Mille non rimase che ritirarsi nell’isola di Caprera . Nei primi mesi del 1861 l’ultima resistenza dei borbonici, arroccatosi nelle fortezze di Gaeta e di Messina, fu spezzato per ordine di sua maestà dell’esercito regolare; il 17 marzo il primo parlamento italiano radunato a Torino proclamò Vittorio Emanuele Re d’Italia e Padre indiscusso del Regno . Il sovrano, come Re di Sardegna, si chiamava Vittorio Emanuele II : mantenne questo nome poiché non dovevano esserci dubbi sul fatto che il nuovo regno non era il parto di una rivoluzione, ma un edificio costruito con le annessioni che esprimevano il consenso della volontà nazionale a un monarca che rimaneva tale per grazia di Dio . Per criticabile che potesse apparire, la soluzione unitaria monarchica era però , anche questi termini, logica e accettabile: logica perché obbiettivamente assicurava il non intervento delle potenze europee; accettabile perché riposava su un patto costituzionale in quanto garanzia di libertà. L’ultimo atto politico di Cavour fu la proclamazione di Roma come futura capitale d’Italia: esso fu l’impegno solenne che egli assunse verso il sentimento nazionale e verso l’ala democratica che nel 1860 avrebbe voluto risolvere questo problema con un atto di forza. In questo grande dibattito parlamentare svoltosi nel marzo-aprile 1861 egli precisò il proprio punto di vista che partiva dalla concezione riassunta nella formula “libera chiesa in libero stato” e che nasceva da una considerazione storica altamente coerente del problema dei trasporti tra potere civile e potere religioso. Vi erano così dei contenziosi dibattiti tra moderati e democratici, quest’ultimi con ottica diversa dai primi e da Cavour poiché intendevano risolvere la questione Roma con un’azione di forza. Nel 1869 fallì il progetto di alleanza austro-franco-italiana, in funzione anti-prussiana, a causa della questione romana: l’Italia in cambio dell’alleanza chiedeva ai francesi di occupare Roma, ma ne ottenne un rifiuto. In tal modo la Francia rimase isolata e senz’alcun aiuto da parte delle truppe reali del regno, durante il conflitto con la Prussia. All’alba del 20 settembre l’artiglieria italiana comincia a colpire Porta San Giovanni, Porta San Lorenzo, Porta Pia e Porta Salaria, concentrandosi in particolare sul tratto di mura tra le ultime due porte. Alle 9.00 un tratto delle mura a destra della michelangiolesca Porta Pia crolla, e si apre una breccia. Alle 9.45 bersaglieri (XXII e XXXIV) e fanti lanciano una carica e, al grido di “Savoia!”, attraversano la breccia ed entrano in città. Roma è italiana. Alla fine della battaglia si contano 58 morti, 39 tra gli italiani e 19 tra i pontifici. Il 2 ottobre un plebiscito sanzionò l’unione di Roma al Regno Italico e nel 1871 essa ne divenne capitale. L’unità d’Italia si era finalmente realizzata. “Ora Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” Questa frase, coniata da Ferdinando Martini nel 1896 per sintetizzare un concetto di Massimo D’Azeglio (predecessore di Cavour alla guida del Governo Sabaudo), intendeva mettere in evidenza l’importante e difficile compito che spettava al nuovo governo del Regno d’Italia. L’Italia unita era un paese di 22 milioni di abitanti ed era molto arretrata sia socialmente che economicamente. L’80% della popolazione era analfabeta, l’economia si basava ancora sull’agricoltura e vi era un enorme divario tra Nord e Sud che originò la questione meridionale. Il nuovo governo, quindi, oltre a risolvere i problemi economici dell’Italia, doveva anche cementare un’identità nazionale ancora inesistente. Questa assenza di identità nazionale si manifestò nell’Italia meridionale con il brigantaggio e con rivolte popolari per la mancata distribuzione delle terre ancora nelle mani dei latifondisti. A questi problemi vanno aggiunti la maggiore pressione fiscale del nuovo governi italiano rispetto al precedente borbonico e l’introduzione della leva obbligatoria ancora sconosciuta nell’Italia meridionale. Non mancò certo l’impegno da parte di S.A.R. Vittorio Emanuele II conquistando gli italiani con la frase:  “Prima di tutto l’Italia!”.

 Fonte:  “Unità d’Italia / Volti e Processi Tecnici” – Giorgio Franco