Solo nel momento felice del Viaggio, Pensare ha un Luogo

La vita di Santa Epifana, 12 Maggio 253 d.C.. • Luoghi Pensanti

La vita di Santa Epifana, 12 Maggio 253 d.C..

Storia di una nobile matrona leontina divenuta martire

Santa Epifana V.M.Storicamente il metodo usuale del narrare i fatti, qui buona parte ricostruiti dagli Atti dei Martiri, è quello di cominciare “dall’inizio”. Nulla possono gli uomini senza la “finzione di un inizio” e niente è più difficile dell’inizio in una storia se non, forse, la fine stessa. Questa è una storia, divenuta tragedia, che ha scandito l’evoluzione di una città meridionale, parte dell’Impero Romano.

Si inizia un racconto “senza vedere”, immaginando, ricordando, a volte fantasticando [da lì leggende popolari], un po’ come in una fiction, storie legate nei secoli ai luoghi e per questo indissolubili.
Si inizia dall’antefatto, ovvero un antefatto dell’anima, un fatto, cioè, che appartiene già da prima all’anima: quello in questione è il supplizio dei Santi Fratelli Alfio, Filadelfo e Cirino, data indelebile quella del martirio del 10 Maggio del 253 d.C. a Lentini.

L’anima si origina “dal” e “nel” racconto e si fa esempio, è il caso di Epifana: moglie del consigliere del Preside romano Tertullo, colui che processò i cristiani a Lentini, in Sicilia. Siamo nel III sec. d.C., sotto Gallo imperatore e l’anima delle prime comunità cristiane sente bisogno di una “condizione propizia”, che gli storici chiamano “capacità negativa”, ovvero un atteggiamento di pazienza nel dubbio, quella che mancò all’ira del Preside romano, atto a sovrastare col paganesimo.

Cosa è che regge allora nel racconto della nobile matrona leontina? La conversione.
Alla notizia della conversione di Alessandro (sposo di Epifana), Tertullo, dopo il martirio dei fratelli Alfio, Filadelfo e Cirino, volse il pensiero a farlo arrestare. Non avendolo potuto trovare, escogitò il turpe mezzo di catturare ed imprigionare la moglie, Epifana.
Fu, per l’epoca, una delle prime donne della polis ad esser preparata alla fede e alla castità. Venne presentata al cospetto del Preside e dopo inutili lusinghe e minacce per rivelare il luogo di rifugio del marito, venne rinchiusa nelle stanze del palazzo.

A che scopo o Tertullo mi fai custodire nella tua dimora?
Tutto quello che da me vuoi udire, lo devi far esporre da me innanzi a tutti!

L’indomani la nobildonna venne mostrata al popolo, il quale esternò con grida la simpatia per la buona Signora.
Temendo la rivolta del popolo e non potendo convincere la donna, Tertullo, dopo tre giorni la lasciò uccidere nella Valle Santa Margherita ordinando lo stesso martirio che patì Agata, santa della vicina Catania.
Sola, fra i bruti sgherri, la nobilissima di animo Epifana cadde al suolo esanime dopo aver rinnegato il paganesimo e Tertullo.

Quante madri lentinesi piansero la sua dipartita, quanti poveri erano stati risollevati dalle sue elemosine?
Il “senza vedere”, dei romani di quest’epoca portò il ripetersi sulla scena di queste tragedie per simili motivi letterari.
E’ in quest’ottica che le vite di questi parlano nonostante non sappiamo molto di quel riportare le vicende; ma si tratta d’un parlare cui fa da schermo il pretesto del motivo, considerando che il Cristianesimo, specie a partire dal 313 d.C., prediligerà i pretesti, le assonanze, le analogie: il simbolico a noi pervenuto.

L’anima popolare ama contornarsi di cortei, seguiti, processioni, è avida di apparizioni e sparizioni. Ecco che, quello del “senza vedere” è un pretesto. In definitiva i pretesti associati ad alcune fonti storiche, come in questo racconto, si rivelano portatori di messaggi, sono anzi messaggi essi stessi.