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Simboli ed arti minori nella tradizione sicula

Recentemente si è discusso di come alcuni elementi siano presenti in modo persistente nei prodotti enogastronomici così come nel design antico e contemporaneo della nostra Sicilia; fin quando si è ritenuto necessario fare una severa riflessione sul ruolo di questo mondus imaginalis che, come nel caso dell’acànto, dell’edera, del  fico d’india o di frutti come l’arancia  sono divenuti tratti fondamentali della rappresentazione essenziale della vita, che sia nobiliare con l’araldica o religiosa anzichè popolare. Se una persona, con molti spazi dentro, si da del peccato a riempirli con un solo mondo. Figuriamoci per un’isola, che è stata attraversata sin quando esiste dai popoli che hanno fatto il mondo.

L’insana idea è sfociata con la forza di un fiume in piena (che la sabbia non può arrestare), giorni fa visitando alcuni laboratori e magazzini di ceramica presso Caltagirone:  uno straordinario cosmo di decorazioni, forme, tipicamente siciliane, dalla fine del ‘700 ai primi del ‘900. E’ stato come sfogliare un vero e proprio manuale, dalla “pittura d’esordio” , quella legata alla preistoria ed ai ritrovamenti di Sant’Ippolito, alla pittura accademica di marca classicistica fino ai vari stili moderni. Non ricordavo una sana esplosione di colori e forme artigianali dalle ultime visite svolte la scorsa estate, dapprima a Terrasini (Pa) e poi a Santo Stefano di Camastra (Me).  Lì, altra patria dell’arte ceramica, cambiavano elementi e colori essenzialmente rappresentati, come è logico aspettarsi, soprattutto dai prodotti tipici del luogo e dai propri nodi memoranti quali personaggi illustri ed elementi altri. In queste fattezze colpisce in primo luogo l’eterna nostalgia per il passato; i paesaggi e popoli, arabi e greci, ricorrono frequentemente, sia in vedute velate di rimpianto, sia in grandiose composizioni elogistiche. Una in particolare saltava fuori dall’insiememe come un pesce spiaggiato, impazzito, un pannello ceramico che raffigurava L’ingresso di Re Ottone di Grecia a Nauplio, l’artista di bottega lì ha rappresentato, con minuziosa descrizione dei costumi e delle acconciature ottomane, alcuni esemplari di Acanthus Mollis ed Opuntia Ficus-Indica, che incorniciano la scena alludendo al paesaggio naturale circostante la città di Nauplio.  I simboli raffigurati, possono comunicare un messaggio figurato, soggettivo ad esser interpretato. Quello dell’eterno legame mediterraneo tra la Grecia e la Sicilia, attraverso le usanze, l’arte ceramica ed altre (anche immateriali) manifestazioni. Distinguere una cosa fondamentale, cioè quello che differenzia le percezioni visionarie dei nostri individui spirituali rispetto a tutto ciò che il nostro vocabolario moderno ha riassunto sotto le connotazioni spregiative di creazioni, immaginazioni, persino di follie utopiche

È per questo che i simboli si situano su un piano di conoscenza diverso da quello dell’evidenza del reale. Alcuni dei più importanti simboli appartengono quasi tutti alla cultura greco-romana e giudaico-cristiana, i quali hanno ispirato per molti secoli l’arte in tutto l’Occidente ma particolarmente in Sicilia. Non dobbiamo dimenticarci però che ogni popolo ha i propri e personali simboli dovuti alla cultura ed al contesto in cui vivono, come nel caso del pannello de “L’ingresso di Re Ottone di Grecia a Nauplio” in rapporto con la raffigurazione di un contesto prettamente mediterraneo-siculo. A volte alcuni simboli di popoli diversi coincidono ( l’arancia, l’acànto, il fico d’india, la carrubba, l’edera ecc. ) oppure mostrano di avere la stessa origine, mentre altre volte hanno un significato opposto, come per esempio il significato dei colori.

Nell’attuale cultura siciliana la distanza tra segno verbale e segno iconico è quasi sempre stata avvertita come irriducibile. Ma forse proprio questo ha reso possibile la continua ricerca di una sorta di appartenenza dei luoghi in cui l’oggetto prodotto -opera d’arte e la memoria storica –tradizione potessero fondersi in una sola salvezza!