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Spie ed Agenti Segreti nel Mondo Romano • Luoghi Pensanti

Spie ed Agenti Segreti nel Mondo Romano

Ringraziando la Dott.ssa Maria Federica Petraccia (foto) con i docenti universitari Corsaro, Giuffrida e Cassia per aver toccato l’argomento spie e  agenti segreti nel mondo romano” , pubblichiamo quanto trattato lo scorso 20 Aprile  in occasione di un interessante dibattito c/o  la Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania . L’argomento in questione è stato utile sia per chi si occupa ed interessa di storia romana nell’ambito degli studi in Beni Culturali e Lettere, sia, visto il periodo di complessità e le letture della crisi che stiamo vivendo, per coloro che cercano di operare e reagire attraverso l’intervento socio-culturale, nonchè l’educazione alla storia. Tra gli interventi  vi sono stati alcuni spunti e riflessioni sull’argomento che verrà approfondito nelle prossime righe.

 Mentre i Romani si preparavano alla guerra contro la Lega Latina e i suoi alleati fuori usciti da Roma, al seguito dei Tarquini  – spiega la Dott.ssa Petraccia – in Cina Sun Tzu nel trattato “L’Arte della Guerra” insegnava come organizzare un’efficiente rete di informatori clandestini e indicava nello spionaggio lo strumento indispensabile per vincere una guerra. Era il 500 a.C. Spie ed informatori erano comunemente impiegati già nell’antichità classica, ma con la nascita degli stati nazionali, dal XVII secolo in poi, i servizi di spionaggio diventano strutture permanenti riconosciute dalle autorità.  Non c’era posto per lo spionaggio, inteso come attività organizzata. Ai Romani bastavano poche, essenziali, informazioni: dov’era il nemico, quanto era numeroso, dove affrontarlo. Aruspici e divinatori dicevano la loro, dei e semidei davano una mano. Gli storici raccontavano le “res gestae” dei condottieri vincitori, ma si guardavano bene di parlare dell’attività di intelligence messa in campo. Ancora oggi è difficile distinguere in questa fase il Mito dalla Storia, ciò che i Romani raccontano da ciò che effettivamente fecero. Non è che i Romani in epoca repubblicana non fossero implicati in operazioni di spionaggio e di controspionaggio, sia nei confronti del possibile nemico esterno, sia per individuare eventuali attentati alla “salus reipublicae”. “I Romani gestivano le informazioni segrete secondo i quattro principi di fondo del ciclo spionistico moderno: direzione, raccolta, elaborazione ed analisi, trasmissione”. Ma il “sistema” dello spionaggio non era appannaggio statale, bensì delle tredici grandi famiglie che governavano, di fatto, Roma soprattutto per farsi la guerra fra loro in nome della salvezza della “res publica”. La congiura di Catilina è un esempio di operazione antisovversione che fece di Cicerone l’astro della Repubblica, quando si avviava ormai al crepuscolo.

I Romani non erano né migliori né peggiori delle altre civiltà – conclude la Dott.ssa Petraccia – nella loro storia millenaria è ovvio che qualcosa non funzionò, a prescindere dall’efficienza dei loro sistemi. Anzi, la longevità stessa dell’Impero Romano testimonia che i servizi segreti di Roma sapevano fare il loro mestiere, ma questo non significa che furono l’unico fattore determinante delle fortune politiche e militari di Roma. Anche le informazioni segrete più tempestive non sono garanzia di successo.