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“Palazzo che vai, Artisti che trovi”: il biennio 2016-2017

Il Registro degli Artisti ● 2016 / 2017 di Palazzo Beneventano

Il 7 maggio 2016 è stata aperta una nuova esperienza per il presidio di Italia Nostra, la fruizione di un nuovo monumento aperto alla città, ai suoi abitanti ed ai suoi visitatori: Palazzo Beneventano.

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Sud Est 1693 – 2020, in Rete per spazzare le vulnerabilità dell’Isola.

Ogni Contea che detiene un trascorso di oltre 2000 anni sarebbe da ritenersi Capitale della Cultura.
Anche se Ragusa e Catania sono le odierne cittadine aprifila del Sud Est in Sicilia, pronte ad un modello turistico sostenibile, Modica, se non la più antica, resta la città che diede il nome alla contea feudale che fu dei Chiaramonte e dei Cabrera, divenuta crescendo in potenza, uno “Stato entro lo Stato”, tale da allargare rapidamente il suo dominio dal Dirillo all’Eloro (leggendari corsi d’acqua), includendo, oltre Ragusa, Scicli, Chiaramonte, Monterosso e Comiso: quanto dire una vasta zona che sino a Siracusa e a Catania è tra le più pittoresche e suggestive della Sicilia, per i suoi monti, le sue colline, i suoi piani e soprattutto per le sue ripide vallate, piene di “ricordi” degli insediamenti preistorici.

Oggi, dopo il caso Palermo 2018, Catania concorre per fregiarsi del titolo di Capitale italiana della cultura 2020, ma lo farà “in squadra”, insieme ai Comuni di Siracusa, Noto e con il coinvolgimento di Modica, non è un caso. Destinata a primeggiare come ente capofila per la presentazione di una proposta progettuale unica, da depositare entro il 15 settembre, Catania presenta la capitale del barocco siciliano.

Un distretto che abbraccia i centri  colpiti dal sisma del 1693, sicchè dei suoi antichi luoghi non resta che il ricordo di qualche insediamento, rovina di palazzo o portale di chiesa nelle piazze romite ed assolate, quando furono, nei primi del settecento abbandonati e ricostruite in località più sicure (vedi Noto, Avola..).

Non dunque un passato, che oggi si tinge di un alone “favoloso”, dà il tono a questi centri, ma l’architettura dei primi anni del ‘700, che diede, per via di un malaugurato avvenimento, uno sviluppo prodigioso, e che improntò di sè, in un assetto “illuministico”, un’area pur sempre feudale. Tale esplosione e ragguaglio della Arti oggi potrebbe avere nuovi conferimenti, per educare al Patrimonio e formare nuovi occhi, nonchè preservare i beni comuni, il paesaggio e i luoghi dell’Anima.

Una danza a tinte alterne, bianco e nero, vita e morte, poi rinascita. Dalla nera pietra lavica alla bianca calcarenite iblea, una peculiare, atavica ed indimenticabile impronta che impegnò vari artisti/architetti di cui Angelo Italia (vedi ricostruzione e progetti di Avola e Lentini) e soprattutto il siracusano Rosario Gagliardi, una delle più singolari figure di architetti che diede genio a progetti per Duomi, Piazze e strade, come nel caso di San Giorgio e di San Giuseppe a Ragusa, la Cattedrale di Comiso, la Chiesa del Carmine di Scicli e molte dimore aristocratiche e sedi curiali tra Noto e Caltagirone.

Il terremoto della rinascita scompaginò le fabbriche, di cui si valutarono riprese e riprogettazioni. Oggi quegli stessi assetti scenografici in rapporto con il paesaggio sono la personificazione di un animo (av)vincente che potrebbero centrare l’obiettivo di ottenere dal MiBACT una sorta di “designazione multipla” che fa rima con un finanziamento da poco più di un milione di euro.

Credits Stefania Fernweh

A proposito di stupore e riconoscimenti: a Scicli, un riflesso dell’opera di Gagliardi, forse per la mediazione del suo seguace Vincenzo Sinatra, è nell’imponente mole della facciata di San Bartolomeo che, se pure completata molto dopo il sisma, s’allinea con il gruppo di costruzioni che traccia un ideale itinerario tra il Val di Noto e la Contea di Modica (Lentini, Palazzolo Acreide, Monterosso Almo, Mineo, Giarratana, Buccheri ecc.).

Tanta attività costruttiva comportò l’impiego di numerosi, fervidi ed estrosi decoratori, stucchieri e pittori, di cui con ampio seguito: Vincenzo Vella da Malta, Vito D’Anna, Sebastiano Conca ecc.. Ed è proprio in questi centri che le più antiche tradizioni artistiche ed artigianali della zona vennero rinnovate, in operanti continuità, nelle scuole d’arti, che tante fresche energie hanno fornito ai territori, non soltanto nel sud est o in Sicilia ma alla stessa cultura artistica della nazione.

Con lo stesso spirito, è fondamentale oggi operare nell’ambito di una politica turistico-culturale, poichè il Paesaggio rappresenta la più grande infrastruttura immateriale della Sicilia e solo preservandolo e valorizzandolo potrà declinarsi una vera rigenerazione estetica,sociale ed economica della nostra Isola (sic).

 

 

 

 

Feste e Riti in Sicilia: l’Ascensione delle Madri.

L’estate isolana “estranea” l’uomo, con le sue temperature e i suoi bagliori, riattivando in esso una palese manifestazione di arcaiche ricorrenze.
Antichi riti e vecchie costumanze sopravvivono ancora nella vita dei contadini della Piana di Catania e di altre contrade dell’entroterra, nelle consuetudini legate alla preparazione dei campi per la semina, alla fatica della mietitura e della trebbiatura (lu pisàtu).

V’erano un tempo aree di questa Sicilia orientale in cui la trebbiatura veniva compiuta facendo battere le spighe del grano sull’aia da una coppia di mule, guidate dal cacciante. E’ lui che, collocato al centro, teneva le redini e incitava gli animali con espressioni carezzevoli, imprecazioni e avvertimenti, facendole girare al trotto e correndo loro dietro, pronunciando formule sacre, oramai di orientamento cristiano.

Ed ecco, a raccolta annua compiuta, i fuochi purificatori degli antichi culti: ‘i vampati  (falò) che s’innalzano verso il cielo la sera dell’Ascensione. I contadini credono allora di vedere prodigiosamente germogliare le spighe del grano e si affidano affinchè la benedizione del cielo scenda sulla terra; e che l’acqua salata diventi dolce e quella dolce pura. Difatti la sera precedente l’Ascensione le massaie d’un tempo mettevono fuori, su di una sedia o sul davanzale di una finestra, una catinella d’acqua con delle rose: secondo il rito nella sua ascesa la Madre Vergine/o il Cristo benedice quell’acqua profumata, di cui la mattina successiva esse si servivano per rinfrescarsi.

Anche i pargoli avevano il loro rito “di purificazione e digiuno” , sino agli anni ’80 per contenere alla vigilia di ferragosto la fame dei bambini, ma osservare ugualmente il digiuno, si praticava la Mustichedda ( da Mustika/Mystiká = le cose indicibili dei misteri ), boccale di argilla quadrilobato. La brocchetta veniva riempita d’acqua, poi condita di foglie di basilico che servivano ad aromatizzare e a rendere piacevole il sostituto pasto: il bambino\a, già predisposti a tavola, attendevano questi per inzupparvi dentro del pane di casa e mangiarlo durante la celebrazione.

Sino ai primi del ‘900 pecore, capre, buoi, vacche, vitelli, muli, asini e cavalli parati a festa giungevano alla spiaggia, guidati dai loro stessi padroni che gridavano, suonavano e facevano comunità. Quando le campagne, tormentate dalla siccità, venivano messe “a riposo” e le preghiere delle donne e dei bambini non erano sufficienti a ottenere dal cielo la pioggia, il popolo ricorreva, come oggi nelle feste estive di Sicilia, ai propri protettori: dalla Vergine a San Giuseppe, da Santa Febronia a Santa Lucia, da San Rocco ai Santi Martiri; vi si ricorreva come ad un supremo e sacro tribunale per derimere liti e contrasti e vi si prestavano solenni giuramenti, come buone raccomandazione per l’anno a venire (si ipotizza da questi elementi, il battesimo del 15 Agosto in “capodanno estivo”).

misteri eleusini leontinoi demetra e persefone

 

Oggi, il nostro Ferragosto, svuotato da ogni riferimento e significati risuona dall’espressione “feriae Augusti”, feste che si celebravano a Roma in onore dell’Imperatore Augusto, dopo che questo impose il suo nome al mese sestile. Questi festeggiamenti erano collegati a Conso, antico dio latino del grano, protettore della Terra, indi della fertilità, dell’agricoltura, ed avevano come carattere proprio quello di un tradizionale rinnovamento agrario. Ci si riposava dalle fatiche delle settimane precedenti, animali compresi. Buoi, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro ed agghindati con fiori.

Che io viva o muoia, io sono Osiride, io penetro in te e riappaio attraverso la tua persona; in te deperisco e in te cresco. Gli dèi vivono in me perché io vivo e cresco nel grano che li sostenta.

Perfino Osiride, patrono della resurrezione come Kore, veniva considerato anche protettore della vegetazione: delle statuette di argilla che lo rappresentavano venivano sepolte nel periodo della semina per stimolare magicamente il raccolto. Osiride veniva spesso raffigurato steso orizzontalmente e dal suo corpo nascevano ventotto spighe rappresentanti i giorni di una lunazione.

Demetra/Apollo numismatica Leontinoi

Tutto spinge l’uomo in alto, verso il divino, come diceva Giovanni Pascoli – questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni – non è da dirsi un caso che altra tradizione di diletto imponeva nel clima di festa i giovani al gioco de “L’albero della Cuccagna“, un palo avente alla sua estremità più alta dei doni, in palio per competizione, a disposizione di chi riusciva ad agguantarli.

Fuori dal comune, un’inedita mostra ad un anno di Palazzo Beneventano.

Nuove stagioni per nuovi approdi.

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Dimmi che Lingua parli e ti dirò chi sei.

Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani.

Esordisce così il politico italiano Massimo d’Azeglio dinanzi alla neonata unificazione dell’Italia nel 1861.

Citazione all’apparenza scontata, ma che reca con sé grande significato.
Non era sufficiente l’essere riusciti ad aggregare sotto un’unica bandiera diversi territori, adesso “bisognava” creare un’identità nazionale, intesa come consapevolezza di unità, da caratteristiche comuni quali la lingua, le memorie e la religione.

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Ripercorrere la Memoria del Pantano di Lentini per legittimarlo Patrimonio dell’Umanità.

V’è un territorio nella Sicilia Orientale, presso il Lago più grande dell’Isola, a cinquantaquattro metri sul livello del mare, a ventisei chilometri da Catania, a circa dieci dal Mar Jonio, ch’è stato culla di antichissime colonie sicule e sito di una popolata chora greca, fondata dai Calcidesi di Nasso sotto la guida dell’ecista Theokles.

Panorama da Monte San Basilio – versante Scordia

Le favole hanno sempre un lieto fine..

In molte favole e in molte leggende incontriamo spesso il momento in cui il protagonista perde la “strada di casa”.
Lo osserviamo nella visione dei film, leggendo, ascoltando le esperienze di vita o i racconti dei miti; ognuno di noi ricorda una storia, che lega la propria infanzia a dei Luoghi, in cui, in mezzo a varie avventure, qualcuno perde la strada di casa.

In tempi di inesattezze, “spaesamenti”, scelte inadeguate e sconoscenze, uno dei modi per “ricondurre a casa” i lettori è “tornare” a scrivere, tornare a praticare la Memoria. Il tema e l’argomento stavolta non è propriamente una scelta a piacere, bensì tratta le vicende di un Paesaggio che, per le bellezze naturalistiche, le testimonianze archeologiche, le rarità vegetali e faunistiche e le produzioni agricole, debba rimanere dignitosamente incontaminato: l’Agro Leontino e il Biviere di Lentini.

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Archeologia delle Scritture.

L’antico Mediterraneo non solo scrigno dell’arte oratoria.

Scrittura “Lineare B” tavoletta dal Palazzo di Cnosso (Knossos), Creta, ca. 1400 avanti Cristo.

Il bisogno di esprimere i propri pensieri altrimenti che con la viva voce, deve essere molto vecchio nell’uomo se, fra le scoperte archeologiche, nel tempo sono state trovate anche iscrizioni che risalgono alla media Età della Pietra (Mesolitico).

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D E A MISTERICA: L’ESEGESI ESTETICA DEL TERRITORIO PARTE DA QUI

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Tornare alle origini, riportare l’Arte a una forma archetipa, lontana da preconcetti, sperimentare e innovare veicolando la vocazione dei Luoghi. Questi i presupposti del presidio Italia Nostra, che apre i pesanti portoni della Dimora Beneventano di Lentini, esordendo con la multipersonale d’Arte Bimestrale:
DEA MISTERICA.

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Quel cosmo di sguardi a Perugia: Sensational Umbria!

Si è conclusa già da un anno ma ha lasciato il segno, la Mostra di Steve McCurry dal titolo “Sensational Umbria“, ha avuto tra le più significative fotografie scattate dall’artista negli ultimi 30nni di carriera; anche un pezzo di Umbria “inedita” filtrata dal suo terzo occhio.

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Dust Storm in Rajasthan, India 1983

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L’Eredita dei Padri devi riconquistarla se vuoi possederla davvero.
Goethe,Faust

GRANDE sopracopertina inviata bartolo libro 18

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